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Lo S&P 500 scende sempre di più

12 Oct, 20224 min readOther
Lo S&P 500 scende sempre di più

Il principale indice americano, S&P 500, insieme al Nasdaq, tocca i livelli di novembre 2020, uno dei più grandi crolli mai registrati in due anni dall’indice.

Le performance dello S&P 500 e del Nasdaq

Giorni fa aveva fatto scalpore la previsione del CEO di JP Morgan, Jamie Dimon, secondo cui i mercati sarebbero potuti scendere di un ulteriore 20% rispetto ai livelli attuali.

A giudicare da quanto è in atto, fatto salvo per la giornata odierna in sostanziale pareggio lo S&P 500 sta prendendo alla lettera le parole del dirigente della più grande banca d’affari americana.

L’indice che racchiude le 500 società quotate alla borsa di Wall Street con la capitalizzazione più alta è sceso sotto quota 3600, che era il livello che avrebbe potuto aprire un baratro verso una discesa ben più clamorosa ed in linea con le previsioni di alcuni analisti.

Sfondato il supporto di cui sopra l’indice si è attestato a quota 3588 iniziando un cammino al ribasso che potrebbe portarlo a raggiungere i temuti livelli che la Dimon aveva ipotizzato.

Mentre le perdite riscontrate nel comparto small cap hanno inciso sulle aziende minori per capitalizzazione soprattutto per la difficoltà nel reperimento delle materie prime a prezzi competitivi e per l’incidenza delle bollette energetiche, per i grandi indici, quelli che contano nella borsa di New York le cose sono diverse.

Se parliamo di S&P 500 e di Nasdaq, tra le cui fila troviamo società tra le più importanti del tessuto produttivo statunitense, le perdite sono scaturite principalmente da problemi relativi all’export e all’aumento dei costi del carburante.

Il dollaro forte è un problema per le società che esportano prodotti verso Paesi con valute più deboli e questo si ripercuote sulle aziende quotate sul Nasdaq e lo S&P.

Nel caso delle aziende statunitensi, il problema è di proporzioni ragguardevoli dato che tra le realtà quotate sui due indici principali, i guadagni sono frutto per il 60/70% delle esportazioni.

L’Opec dal canto suo non è venuto in aiuto di questo problema e in una riunione di giorni fa ha sancito un taglio nella produzione giornaliera di 2000 barili di petrolio.

Dopo più di un anno di mercato orso molto di quello che era prevedibile scontare in questo tipo di mercato sia lato azioni, che materie prime, che crypto (anche se questo è un mercato con dinamiche più giovani che potrebbe regalare sorprese) è stato già scontato ma le incognite ancora sul tavolo degli analisti lasciano credere che ci sia ancora margine per il peggio.

Il panorama macroeconomico fa affondare i mercati

Il baratro è ancora incerto secondo alcuni autorevoli investitori e addetti ai lavori. Di questa opinione è, ad esempio, Jamie Dimon, CEO di JP Morgan, una tra le più grandi banche d’affari del pianeta come abbiamo visto sopra.

Una perdita di un ulteriore 20% vorrebbe dire veder passare lo S&P 500 dai 3600 dollari circa attuali ai 2880 dollari, cosa che farebbe molto male a tutti quegli investitori che hanno già iniziato la ricostruzione o comunque ad investire parte dei fondi.

Lo S&P 500 ha raggiunto non solo il livello più basso mai registrato da un anno a questa parte, ma come fa notare Watcher Guru in un tweet ha anche eguagliato il valore di novembre 2020 ben due anni dopo.

JUST IN: S&P 500 falls to its lowest level since November 2020.— Watcher.Guru (@WatcherGuru) October 11, 2022

Con un quadro macroeconomico alla deriva e venti di guerra sempre più sprezzanti non sembrano esserci spiragli per un’inversione di tendenza e l’indice principale della borsa di New York sembra avere un destino già scritto.

Quando si chiuderà la botola non è dato saperlo, ma possiamo immaginare che tenere d’occhio l’inflazione e una stabilità geopolitica potrebbero essere un incentivo davvero importante a una ripartenza.

In attesa dell’imminente tetto al prezzo del gas dell’UE e alle contromisure americane in tema di energia, lo S&P 500 continua la sua caduta che auspichiamo sia il più breve possibile consci, tuttavia, del fatto che statisticamente il bear market ha i mesi contati (almeno sulla carta).

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