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Mining di Bitcoin: è green in Norvegia e USA

8 Apr, 20223 min readMining
Mining di Bitcoin: è green in Norvegia e USA

Il mining di Bitcoin è sempre meno inquinante. In Norvegia infatti si mina quasi senza impatto, mentre negli USA si cerca di usare sempre più energia pulita.

Cambia l’ottica sul mining del Bitcoin

In diverse parti del mondo ormai ci sono iniziative che mirano a ridurre l’impatto ambientale del mining di Bitcoin.

Se da un lato il consumo energetico complessivo non è realisticamente riducibile, perlomeno sul breve/medio periodo, è tuttavia sempre possibile ridurne l’impatto ambientale.

Alcuni paesi, come la Cina o l’Iran, hanno deciso di farlo vietandolo del tutto, o in determinati periodi dell’anno, mentre in altri Stati si sta scegliendo la strada delle energie rinnovabili.

Il caso più eclatante da questo punto di vista sono ovviamente gli Stati Uniti d’America, ovvero il Paese che attualmente detiene più hashrate al mondo.

Negli USA infatti molte società che fanno mining di Bitcoin stanno virando sempre più su soluzioni a basso impatto ambientale.

Una di queste è Marathon Digital Holdings, quotata al Nasdaq con il simbolo MARA, che ha dichiarato ufficialmente che intende trasferire le sue attività di mining dall’attuale struttura di Hardin, in Montana, a nuove località dove sono presenti fonti di energia più sostenibili e senza emissioni di carbonio.

Infatti l’attuale struttura utilizza elettricità prodotta da una vicina centrale elettrica a carbone, mentre l’obiettivo della società sarebbe quello di arrivare ad avere operazioni 100% carbon neutral entro la fine dell’anno.

Lo spostamento dovrebbe avvenire in più fasi, ma contano di terminarlo entro la fine del terzo trimestre del 2022.

Cresce l’awareness sulla salute del pianeta

Sempre negli USA, la SEC ha avanzato una proposta che obbligherebbe le società quotate in borsa a rivelare le eventuali emissioni di gas serra ed i rischi legati al clima delle proprie attività.

Curiosamente si è schierata a favore di questa proposta la società di mining Stronghold Digital Mining (quotata al Nasdaq con il simbolo SDIG), che attualmente utilizza energia estratta dagli scarti di carbone per minare Bitcoin.

Anzi, il CEO di Stronghold ha rivelato che la società in parte lo sta già facendo, visto che la sezione dei rischi della loro documentazione include già anche i rischi legati al clima.

Non sono però solamente gli USA a cercare di far diventare quanto più green possibile il mining di Bitcoin, ma anche la Norvegia.

Arcane Research recentemente ha rivelato che in Norvegia c’è “una presenza smisurata” di miner di Bitcoin in proporzione alla popolazione ed all’estensione del territorio.

Si tratta solamente dell’1% dell’hashrate mondiale, ma con una popolazione inferiore all’un per mille di quella globale. La cosa davvero curiosa però è che si tratta di un’attività ad impronta di carbonio praticamente nulla.

La Norvegia è stata scelta per i bassi costi dell’elettricità, prodotta all’88% da centrali idroelettriche ed al 10% con centrali eoliche. In altre parole il 98% dell’energia prodotta in Norvegia è a impatto zero.

Secondo i dati del Bitcoin Mining Council ormai almeno il 50% dell’hashrate di Bitcoin a livello globale viene alimentato con energia rinnovabile, e gli esempi di cui sopra non fanno altro che mostrare che il trend in atto è in crescita.

Forse si potrebbe anche intervenire per limitare o proibire ai miner di criptovalute di utilizzare fonti di energia inquinanti, soprattutto per quanto riguarda i grandi operatori i cui consumi sono tracciabili ed analizzabili. Il protocollo di Bitcoin continuerebbe a funzionare come sempre, senza problemi, ma almeno si inquinerebbe di meno.

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